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Elena

VOLONTARI

E, preso un bambino in braccio, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: "Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato". (Mc. 9, 36-37)

Bambini. Bambini ovunque. Bambini all'infinito.
Scalzi per le strade; al mercato; legati sicuri con stoffe colorate dietro le schiene delle donne o dei fratellini e sorelline poco più grandi; dentro l'ospedale; in giro per le varie organizzazioni a chiedere aiuto per le tasse scolastiche da pagare o per le esigenze di prima necessità; all'orfanotrofio St. Jude.
Così tanti bambini e bambine fanno pensare che il mondo non può finire perché c'è tanta vita che nasce e cresce da questa parte della terra.
Ho vissuto l'ultimo anno a Gulu nel Nord Uganda. La gente mi chiede: "Che cosa facevi?". Ed io rispondo: "Fondamentalmente, STAVO con la gente".
Ho lavorato come volontaria nell'organizzazione locale "Comboni Samaritans" che si occupa della cura a livello olistico dei malati di AIDS e dei diversi disagi sociali (invalidità; traumi psicologici dovuti ad una guerra i cui trattati di pace, dopo 23 anni, ancora non sono stati firmati definitivamente; orfani; alcool; povertà estrema, …).
Il tempo libero l'ho utilizzato per incontrare le persone nelle loro case e nei loro villaggi; lavorando con loro, conoscendo le loro storie e le loro famiglie.
Ma c'è chi una famiglia non ce l'ha più. O meglio, c'è chi si è trovato, per diversi e tristi motivi, a condividere la propria vita con una famiglia allargata.
Hariet, Irene, Debra, Prossy, Tony, Kennedy, Andrew, Denis, John Baptiste, Regina, Brian, Christopher, Concy, Scola, Daina, Serina, Sophia, Francis, Toys, Palma, Assunta, Maria, Clementine, Fred, Geodfrey, … e potrei andare avanti … Un nome, un volto. Un volto, uno sguardo. Che ti penetra, ti entra dentro e non ti lascia più. Ti rende responsabile. Chiede di metterti in gioco il più possibile per donare quell'abbraccio accogliente che può dare un significato diverso alla vita di questi "figli e figlie di nessuno". Per questo ho imparato il prima possibile i loro nomi e per questo ora non li posso dimenticare.
Ogni volta che varcavo il cancello del St. Jude ero subito contesa dai più piccoli e più coraggiosi che mi correvano incontro desiderosi di essere presi in braccio, accarezzati, coccolati. I più grandi mi salutavano con la loro dignità di adolescenti e di chi vuole sembrare indipendente, ma che con lo sguardo e il modo di fare dimostra di essere terribilmente alla ricerca di un punto di riferimento, un abbraccio, una parola buona. In questa parte dell'Africa, e credo nella maggior parte di questo Continente, i bambini e le bambine devono crescere in fretta e quando inizi a camminare sei considerato "responsabile di te stesso e di chi invece è ancora troppo piccolo per stare in piedi da solo". Così nella grande famiglia dell'orfanotrofio ognuno ha i suoi compiti e l'incarico di prendersi cura dei più indifesi. Si impara presto ad essere autonomi e responsabili. Ma tutti in fondo, per fortuna, sono bambini con la voglia di esserlo e di vivere la propria vita in una realtà diversa da quella che hanno conosciuto in questa terra devastata dalla guerra.
Dalla prima volta che ho preso in braccio uno di questi piccini o che ho scambiato due chiacchiere con le adolescenti o con le mumy (donne che vivono all'orfanotrofio prendendosi cura dei quasi 100 figli e figlie) mi sono resa conto che il rischio era quello di creare false aspettative (mi sono sempre scontrata con il mio essere bianca) e soprattutto di "adottare" indirettamente qualcuno. Sapevo che il mio anno aveva un inizio e una fine. Non potevo permettermi che qualcuno iniziasse a considerarmi come "mumy". Il dolore del distacco, considerato un ulteriore abbandono, avrebbe causato gravi danni a questi piccoli. Allora sono entrata in relazione cercando il più possibile di non essere "la bianca" alla ricerca quasi di un proprio "appagamento". Ho lavorato con e come loro, mangiato e pregato con e come loro, condiviso apertamente con le mumy. Questo mio "stare con" mi ha permesso, almeno spero, di creare quei legami autentici che rendono responsabili gli uni degli altri, ma che lasciano liberi e non dipendenti.
L'anno che ho passato in Uganda mi ha arricchito tanto; e ancora, a neanche due mesi dal mio rientro in Italia, credo di non essere consapevole totalmente di quello che mi sono portata a casa.
Ma penso che gli occhi incontrati ogni sabato all'orfanotrofio (e più avanti ogni lunedì sera e i momenti liberi dal lavoro al Comboni Samaritans e dalle visite nelle case degli acholi) mi si siano impressi dentro e non mi permettano di lasciare che il mio anno sia stata "una bella esperienza". L'esperienza è qualcosa che inizia e finisce. E' quella che spesso si mette nel fagotto del passato per lasciarla dimenticata insieme al resto. È quella che ti mette in discussione forse per un po', ma che poi permette di ritornare al "quieto vivere". Incontrare la gente di Gulu e le loro storie; prendere in braccio, giocare, lavorare con i piccoli abitanti dell'orfanotrofio; prendere consapevolezza di una verità scomoda che racconta anni di guerra e di violenze disumane: tutto ciò ha fatto iniziare in me qualcosa che non credo possa avere una fine come l'hanno le "belle esperienze".
E credo che questo qualcosa si chiami "responsabilità", "farsi dono", "accogliere", "denunciare", "testimoniare", "amare".

Apwoyo lotino, apwoyo matek joona ducu me Gulu!
Lameggi elena. (Grazie bambini, grazie tante a tutta la mia gente di Gulu! Vostra sorella elena)

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