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Silvia

VOLONTARI

(St Jude May - July 2009)

Credo che la testimonianza più vera e significativa per tutti coloro che vogliono conoscere i bambini del St.Jude e la realtà circostante sia riportare alcune pagine scritte durante i due mesi trascorsi in Uganda.
Con la speranza di scaldare qualche cuore e donare nuovi sorrisi lascio che le mie parole vi raccontino la magia e la bellezza, ma anche la disperazione e la crudeltà, di questa terra...

10/05
Primo giorno al St.Jude. Emozioni a non finire. Inutile elencarle, quelle restano nel cuore e crescono dentro di me, una dopo l’altra, come un fiume in piena.
Dopo aver fatto colazione con i bambini, te e chapati, una specie di piadina fatta con olio, sale e farina, mi hanno presa per mano e mi hanno potata con loro alla messa in cattedrale, poco distante da lì. I bambini erano ovunque e fra un canto e l’altro sono riuscita a pensare molto. Qui Dio esiste nonostante le pessime condizioni in cui vivono questi figli di nessuno. Ho respirato una pace che mai mi era capitato di sentire nelle nostre chiese. Sembrerò ipocrita ma credo che se qui la vita va avanti forse è anche perché la gente crede che forse un giorno Dio gli restituirà quello che su questa terra non hanno mai ricevuto. Mai come prima d’ora la novella di De Andrè mi è stata così chiara…”Dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi…dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior…”
Qui ho riaperto il mio cuore al signore e ho voluto dargli fiducia nuovamente dopo anni in cui avevo smarrito la strada. Non so ancora a chi o cosa credo ma so che qui qualcosa in cui vale la pena credere c’è, e lo si vede negli occhi di queste creature che ogni giorno lottano contro la fame , contro la violenza di una guerra che nessuno sa spiegare.
Gli ultimi come direbbe Faber…eccoli lì distesi sui loro lettini paralizzati dai proiettili dei ribelli, le piaghe aperte sulle loro gambe ormai addormentate, sono ciò che rimane di anni passati a spararsi addosso, spesso fra coetanei e fratelli. Figli della stessa etnia ma messi l’uno contro l’altro con il compito di sparare. O lui o te.
Ma le preoccupazioni non sono solo queste. C’è anche una forte tradizione che persiste in questo Paese che va contro ogni malore. Nel pomeriggio ho assistito a una discussione fra Elio e una ragazza appena quattordicenne affiancata dalla sua nonna dai cui occhi traspariva stanchezza nei confronti di una vita passata a lottare per garantire un minimo di giustizia per le proprie figlie.
Christine stesa sul suo lettino, le gambe ormai non rispondono più ad alcun comando, e sua sorella stuprata nel fiore della sua giovinezza da un uomo, trentenne sposato con figli. Qui la legge parla chiaro: “reato di defilement”. La pena prevede 7 anni di carcere per aver abusato di una minorenne. Ma lei proprio non vuole saperne e chiede disperata il permesso di andare a vivere con quest’uomo e crescere il loro bambino insieme. (Lo stato di gravidanza non è stato ancora accertato ma si sospetta dato l’arresto del ciclo mestruale della ragazzina poi si scoprirà non esserlo). Chi baderà alla sua creatura? Chi le comprerà i vestiti quando la pancia inizierà a crescere? E poi lui le ha promesso una vita insieme. Di vedere il suo uomo in cella proprio non ne vuole sapere. Così la tradizione vuole che nel caso una ragazza resti incinta prima di sposarsi, comunque è compito dell’uomo occuparsi di lei e fino al giorno in cui nascerà il figlio dovrà vivere a casa dei genitori di lui. Nel caso così non fosse qualsiasi cosa succeda a lei o al figlio dovrà essere pagata, e nel caso più tragico che lei morisse gli toccherà pagare la dote da morta.
Nell’andare verso Lacor Elio mi confessa la difficoltà che incontra in un società come questa, dove la poligamia è da sempre una pratica assodata. Come consigliare, come far ragionare una quattordicenne che non riconosce di essere stata vittima di uno stupro e pur di andare a vivere con il “suo” uomo dice alla propria nonna: “tu occupati di mia sorella che è paralizzata…io mi so arrangiare”.

12/5
I giorni passano qui al St.Jude e continua la mia fase di ambientamento. Passo le ore a guardarmi in giro, tra i piccoli che mi prendono d’assalto in cerca di attenzione e qualche chiacchierata con le ragazze occupate nella stanza della maglieria, dove si compongono le divise per il St.Mary School di Aboke.
Oggi ho aiutato Julius (Project manager) a fare le fotografie per l’archivio dell’orfanotrofio. Tra uno scatto e l’altro mi perdevo nella lettura delle storie di questi bambini. Nella maggior parte dei casi si tratta di orfani di madre a causa dell’AIDS e di padre per la guerra. Spesso però il padre non è deceduto ma la condizione nella quale si trova non gli permette di mantenere i propri figli e di prendersi cura di loro. Così, nel caso in cui nessun parente si faccia avanti i bambini arrivano al St.Jude. Qui in Uganda la poligamia, come già detto, è una tradizione ancora diffusa e spesso un uomo si ritrova con dieci o più figli da mantenere.
Chiedo a Jackline (Social worker) una stima approssimativa dei bambini HIV positivi, ma come previsto un numero preciso non è possibile definirlo. Già Elio mi aveva anticipato che qualche ragazzina/o del St.Jude è sottoposto al trattamento di cura ma considerando che molti sono orfani a causa dell’AIDS probabilmente i bambini interessati sono molti di più. Il test non viene sottoposto alla nascita anche perché così presto non è possibile verificarlo.
Sta di fatto che l’AIDS non rappresenta sicuramente il principale motivo di preoccupazione. Sono ben altre le cause di morte, soprattutto per i bambini: malaria, tubercolosi, bronchiti, denutrizione…tutte malattie curabili ma che spesso vengono trascurate soprattutto per la mancanza di denaro per acquistare i farmaci necessari. Il punto è questo: il decorso dell’AIDS è molto più lento rispetto ad altre malattie quindi ci si può perfettamente convivere, o quasi. Nonostante le statistiche parlino di una diminuzione dei malati affetti da HIV, al Nord c’è stato un aumento, a causa delle condizioni in cui la gente viveva e vive ancora: ammassati nei cosiddetti IDP (Internal Displaced Camp) non solo l’HIV ha conosciuto un incremento dei casi ma anche per tutte le altre malattie legate alle condizioni igieniche e alla malnutrizione.

15/5
Da qualche giorno ho raggiunto una certa tranquillità qui al St.Jude. Pranzo con Tristan e ho iniziato a socializzare anche con le ragazzine che per fortuna mi aiutano con l’inglese.
Con i ragazzi, invece, me la cavo decisamente meglio con il calcio. Ho i piedi distrutti a differenza loro che le scarpe le percepiscono quasi come un ostacolo alla loro libertà. In fondo è solo una questione di abitudine...bastano i piedi per camminare, correre, saltare. Sento molto la mancanza del mio Pablo e ogni momento della giornata penso a quanto sarebbe bello averlo qui accanto. Oggi soprattutto; in quel campo da calcio.
Oggi le ragazze volevano sapere cosa ne pensassi del matrimonio, dei figli,ecc. e quando ho esordito dicendo che in Italia solitamente ci si sposa verso i 30 anni, i loro visi hanno cambiato espressione immediatamente. Con loro cerco di creare relazioni alla pari, come se parlassi con una qualsiasi amica. Uno scambio di idee e conoscenze…Non so se faccio la cosa giusta perché magari creo in loro ambizioni diverse, spesso riscontro in loro la volontà di costruirsi una vita all’Occidentale.
Mi chiedono se in Italia le donne portano tutte i pantaloni, cosa che qui è assolutamente inusuale. Alla domanda: quanti figli vorrai avere rispondo due o tre e scateno in loro una grassa risata. Qui la donna è tale solo se madre; essere fertie è ciò che la rende viva. Questo è il suo compito sociale principale, aspetto che forse non sempre mi risulta comprensibile perché va a compromettere la possibilità di realizzarsi al di fuori della figura di donna in quanto madre. Forse noi dovremmo imparare più da loro e loro meriterebbero di essere valorizzate anche in quanto menti funzionali per il progresso della società, futura forza lavoro preparata per ricoprire ruoli più importanti e comunque non solo come pance da riempire al fine di concepire figli.

Nel pomeriggio Elio si presenta al St Jude con due signori in rappresentanza del Progetto Sofia, arrivati in Africa per monitorare dei progetti già attivi da anni. I bambini sono l’obbiettivo dei loro progetti. Qui la gente va e viene, osserva, controlla, giudica. Chissà cosa pensano questi bambini, sempre qui fra queste quattro mura. Ogni tanto mi sembrano dei pezzi da museo in bella mostra, lucidati a dovere nelle grandi occasioni come l’arrivo di un gruppo di visitors o di qualche altro rappresentante di associazioni varie.
Ti guardano con i loro occhioni languidi alla ricerca di un po’ di attenzione, alzano le braccia al cielo con la speranza di poter confortarsi in un tenero abbraccio. Anche i più grandi cercano di mettersi in mostra con qualche acrobazia soprattutto quando c’è un pallone a disposizione o qualsiasi oggetto che gli permetta di dilettarsi in qualche attività.
Questi ometti crescono senza una figura paterna di riferimento; mi chiedo quanto sarebbe importante per loro, soprattutto in questa fase della loro vita, poter godere di una presenza su cui fare affidamento nei momenti di difficoltà e non, nelle semplici attività quotidiane, nella vita di tutti i giorni.
Invece non è così, ognuno bada a se stesso, ognuno è padrone della propria vita, qui la colpa non ricade sui genitori perché nessuno ha ricevuto un’educazione come noi siamo abituati a pensare.

19/5
Grazie a Tristan, il ragazzo che insegna inglese al St.Jude, riesco a staccare un po’ dalla realtà del St.Jude anche se spesso ci ritroviamo a parlare dei bambini e dei casi più disperati. Come Denis, un bambino che vive giorno e notte con un caschetto da bici in testa, forse perché epilettico o forse vittima della malaria cerebrale che l’ha colpito quando era ancora in fasce. Le crisi epilettiche erano frequenti, anche 50 in un’ora, fino a qualche mese fa; grazie ai farmaci ora sono molto più controllate ma lo stato di Denis non cambia. Sopravvive come fosse un vegetale, si sposta ciondolando estraneo a tutto ciò che gli succede attorno…spesso lo trovo disteso nel piazzale, il suo corpo nudo è interamente coperto dalla terra rossa, il suo viso sporco, gli occhi persi nel vuoto. Qui alla Consolation Home vivono tutti quei bambini che come Denis sono considerati socialmente inutili, un peso per le proprie famiglie e quindi abbandonati: certi in ospedale quando erano piccoli, certi trovati nella foresta, certi vittime degli spari dei ribelli e ora destinati a vivere su una sedia a rotelle. Per non parlare di tutti coloro che cadono dagli alberi di mango, come Jennifer o Francis, entrambi vittime di un ramo che non ha retto abbastanza. Non è raro purtroppo vedere questi casi. Come mi spiegherà poi Elio, l’albero di mango così imponente, sembra essere robusto e capace di sopportare qualsiasi peso, ma non è così. Basta un attimo e ti ritrovi paralizzato dalla testa ai piedi.

Ringrazio ogni giorno che passa Brother Elio (qui tutti lo chiamano solo Brother) per avermi dato l’opportunità di essere qui. Forse quando tornerò a casa i dubbi e le preoccupazioni saranno le stesse ma ora che sono qui riesco a cogliere ogni piccola cosa, tutto mi sembra così chiaro e semplice quando incontro lo sguardo di queste creature, quando parlo con le mumy che si occupano di loro, quando sto con gli altri volontari. La vita va vissuta giorno per giorno, bisogna cogliere ciò che viene senza preoccupazioni, senza fretta di diventare qualcuno per sentirsi importanti…non dobbiamo cercare nulla perché l’obbiettivo prefissato non ci permetterebbe di vedere ciò che veramente ci sta attorno. Trovare è la parola giusta…il cammino di ognuno di noi va affrontato minuto per minuto, ogni cosa va colta e apprezzata…così dev’essere la vita.
Spero solo che i miei racconti, che saranno i racconti di tutti coloro che sono qui in Africa come me possano smuovere alcune coscienze, stimolare nuove domande e aiutino ad apprezzare sempre di più ciò che noi tutti diamo per scontato.
Penso che sia naturale riflettere al riguardo quando si ha l’opportunità di vedere le cose da questa parte di mondo, con questi occhi, gli occhi degli ultimi che nonostante tutto non smettono mai di sorridere, di gioire di ogni piccola cosa che la vita gli regala.

20/5
Vedo cose che non mi piacciono come ad esempio le ragazzine che picchiano i più piccolini. Non sono le loro madri e neanche potrebbero esserlo dato che avranno forse 4 o 5 anni di più. È una generazione che si auto-educa, che cresce sola con se stessa. Ognuno è genitore, figlio, fratello, amico,…Qui al St.Jude i ragazzi collaborano al meglio delle loro capacità: c’è chi lava, chi cucina, chi zappa, chi taglia l’erba, chi bada ai più piccoli,…appena sono liberi di giocare da adulti che erano, in un attimo, ritornano allo stato di bambini che sono e che è giusto che siano. Ad esempio l’altro giorno ero seduta sul prato con i bambini più piccoli e dall’armadio dei giochi ho scovato un bel puzzle in legno, molto elementare. Ideale per i piccolini ho pensato. Sono rimasta stupita dal fatto che erano i più grandi a degnarmi di attenzione e oltretutto hanno composto l’immagine con una certa difficoltà. Strano, ho pensato inizialmente, ma poi riflettendoci così strano non è, dato che la maggior parte della giornata la trascorrono a svolgere mansioni che non dovrebbero riguardarli.
E così appena c’è la possibilità di dedicarsi a una qualsiasi attività ludica si mostrano per ciò che sono: bambini. Sbaglio io forse a dire “voi siete grandi e questo è un gioco da piccoli”…qui le tappe dell’infanzia non esistono, il salto è uno: o sei baby o sei adulto. In mezzo nulla.
La loro vita è un continuo cogliere le occasioni, essere attenti e pronti sempre: dallo scricchiolio di una carta di biscotto, a una scatola di pennarelli e un foglio bianco, da un puzzle a un aeroplanino di plastica a una bottiglia vuota…qualsiasi cosa può diventare un gioco, un mezzo per ricordarci “Ei muzungu! Sono un bambino anch’io!”

25/5
Presa un po’ dallo sconforto per la “pizza non riuscita” oggi ho preso la bicicletta e sono andata a Gulu a fare un po’ di spesa e poi a Lachor per fare un tuffo in piscina. Ovviamente Flavia mi ha invitata a pranzo. Rimango sempre colpita dalla gentilezza e disponibilità dei ragazzi italiani che lavorano a Lachor.
C’è una storia che oggi, però, voglio raccontare, anzi due.
Una è quella di Oloya Denis, 2 anni, a cui sono particolarmente affezionata. Il suo sguardo mi ha rapita dal primo momento che l’ho visto, insolito per un bambino così piccolo. Oggi in particolare quando lo vedevo trascinarsi in giro come se il suo corpo fosse un macigno da sollevare ogni passo che facesse. Ciondolava di qua e di là, gli occhi spenti…l’ho preso in braccio e nel giro di qualche minuto è crollato in un sonno profondo. Lo guardavo dormire così serenamente fra le mie braccia quando mamma Margaret si è avvicinata spiegandomi la storia del piccolo Denis che all’età di 8 mesi ha assistito all’omicidio della madre per mano del padre, ex soldato, che una volta realizzato il fatto commesso ha girato l’arma contro se stesso e ha posto fine anche alla sua vita. Il bimbo, ancora in fasce, è sopravvissuto…da qui Oloya: colui che ha vinto, ha vinto la vita mi spiegherà Elio più tardi sulla strada per andare ad accompagnare una ragazza “spinale” (come chiama lui i paralizzati).
La seconda storia riguarda, appunto, questa ragazza paralizzata: Apio Hariet.
Andiamo a prenderla a casa: due stanze per madre, padre, 7 figli e i nonni. Nell’attesa che Harriet prepari le sue cose, Elio parla con i famigliari. Il padre presente in casa, se ne è con un’altra donna lasciando la moglie e i figli, fra cui Harriet, ex ragazza soldato, rapita dall’NRA (National Resistence Army) e “sparata” durante la guerra. Elio le ha costruito una casetta all’interno del college John Pope II per lei e per altre ragazze che vivono nella sua stessa condizione. Grazie a lui a queste ragazze gli viene garantito il diritto allo studio,

Durante il tragitto Elio chiede a Hariet se ha ancora a disposizione un medicinale che rende più elastica la vescica di modo che non debba andare in bagno troppo spesso date le condizioni che la costringono su una sedia a rotelle. Lei risponde decisa che non ne ha più bisogno, ormai è abituata senza, usa il catetere che però, secondo Elio, aumenta il rischio di infezioni.
Uno fra i molti disagi di questi ragazzi sta proprio nel dover pulirsi autonomamente “Perché come credi che vadano in bagno?” mi dice Elio. “Le feci se le tolgono da soli, spesso si urinano addosso e puzzano, motivo per il quale devono poter disporre di una camera singola che gli garantisca un minimo di privacy. “E poi adesso devo pensare ai disabili che vogliono iscriversi all’università. Sto cercando di acquistare un terreno per costruire una casetta vicino all’università”. Le giornate di Elio sono una continua ricerca di anime perse, esclusi sociali. Nel ritorno ci fermiamo a prendere Lakot Prossy, una ragazzina del St.Jude che mezz’ora prima avevamo accompagnato a trovare la zia. Purtroppo non era in casa …”come a Natale quando volevamo portarla a casa per le vacanze” mi spiega Elio. Il fratellino è morto di AIDS e anche lei è HIV positiva, oltre che orfana. Quando scendo dalla macchina, prima di chiudere la porta della Jeep di Elio gli dico “vieni a prendermi ancora”. Mi sento un po’ come tutti quei bambini che attendono l’arrivo di Elio con la speranza di essere loro i prossimi prescelti per salire sulla Jeep e sfrecciare via, forse a trovare un parente, forse solo per il puro divertimento di stare in macchina e ridere ogni volta che le buche sulla strada li fa ballonzolare di qua e di là. Io sono un po’ come loro, quando lo vedo arrivare spero sempre che mi dica “Dai! Sali che andiamo”.

1/6
Ci sono volte che penso che quest’Africa non abbia voglia di darsi una mano. Proprio questa mattina ho voluto curiosare nel magazzino del St.Jude e con mia grande sorpresa ho trovata una serie di oggetti utilissimi per i bambini: dai giocattoli ai vestiti, spazzolini da denti, zanzariere, passeggini,..Così ho portato quello che poteva sembrarmi utile in Consolation, come ad esempio i passeggini e le zanzariere. Per la prima volta li ho visti sorridere con le loro bocche enormi, i dentoni bianchi in bella mostra liberi da tutte quelle mosche che solitamente gli invadevano il viso. È indescrivibile la gioia che un sorriso di questi bambini riesce a regalarmi. Certo la loro vita rimarrà la stessa o il cambiamento sarà minimamente percepibile…la mia però ogni giorno che passa si colma di nuove emozioni…mi dispiace solo che questi angeli non possono capacitarsi della forza che riescono a trasmettere a tutte quelle persone che come me hanno la fortuna di stargli accanto. Nonostante il loro corpo e la loro mente non rispondono più a nessun tipo di segnale…riescono ancora a fare molto. Grazie Moses, Geoffry, Morris, Philip,..

3/6
Come ogni sera infilo la zanzariera sotto il materasso e rielaboro l’intensità di questa giornata trascorsa insieme ad Elio, Tristan, Mairead, Samuel (l’insegnante di sostegno alla Consolation Home) e il figlio sordo Raphael, Jennifer e la cuginetta Joyce.
Oggi, 3 giugno, per l’Uganda è festa nazionale in memoria dei Martiri uccisi nell’800. Il presidente Museveni, salito al potere nel 1986, ha provato a bandire questa ricorrenza dal calendario nazionale ma la resistenza da parte della popolazione lo ha costretto a istituirla nuovamente.
Partenza sulla tabella di marcia ore 8.30 ma Elio arriva alle 10. Eccoci pronti per partire. Jennifer, paralizzata in seguito a una caduta da un albero di mango a soli 10 anni (oggi ne ha 14) siede davanti accanto alla cuginetta Joyce, orfana, sua compagna e amica che si prende cura di lei al St.Jude. Durante il tragitto le lasciamo ad Aboke per passare la giornata con la mamma e zia delle ragazze. Il proseguimento della giornata prevede una vista al St. Paul School, scuola specializzata per ragazzi sordi e disabili in vista di una futura educazione per Raphael. La strada non permette grandi chiacchierate a causa delle buche che causano un forte rimbombo, oltre alla guida “sportiva” di Elio che non ti permette di distrarti un attimo. Con Mairead ci guardiamo sorridendo nel vedere le persone che ai lati della strada si mettono in salvo nell’erba.
Amo passare le ore in macchina, adoro il paesaggio e non mi lascio sfuggire nessun particolare: memorizzo ogni scena di vita quotidiana con la speranza di ricordarmene ancora quando tornerò a casa. Impossibile dimenticare.
Nel ritorno facciamo visita ad Aboke, al St.Mary School dove nel 1996, 139 ragazze sono state rapite dai ribelli dell’NRA.
Come varchiamo la soglia del cancello rimango incantata. La pace che si respira è indescrivibile. Percorrendo i vialetti interni si possono leggere, appesi sugli alberi, dei cartelli, ognuno fa riferimento a un valore o un principio quali la pace, giustizia, cultura, amore,…uno in particolare dice “no justice, no peace”.

9/6
Come promesso Elio questa mattina si è presentato in Consolation Home per portarci al Baker’s Fort presso Patiko, fondato appunto da Sir Samuel Baker nel 1872 quando ricopriva l’incarico di governatore della Provincia di Equatoria. Le particolarità di questo forte sono i solchi nella pietra ancora visibili quando coloro che si opponevano alla colonizzazione inglese venivano massacrati nei modi più crudeli. Sembra che la storia non insegni molto dato che anche in seguito all’indipendenza si sono riproposte più volte crudeltà simili, se non peggiori, a partire dal governo di Obote a quello di Amin.
Data la vicinanza dei villaggi di alcuni bambini della Consolation Home abbiamo “caricato” la macchina per accompagnarli a trovare le proprie famiglie. Philip (“computer”), un ragazzo paralizzato è il primo a scendere. Eccolo là, all’ombra della sua capanna, le sue braccia e gambe sono bloccate ma il suo sorriso non smette mai di illuminare il suo viso, impossibile dimenticare. Anche la sua è una storia molto travagliata. La madre rimane vedova molto giovane, si sposa con un altro uomo ma lo stato di gravidanza fa pensare che il figlio non appartenga al nuovo marito, bensì, del precedente. Nasce un’altra figlia di lì a poco e i due bambini crescono insieme. Presto l’impossibilità di prendersi cura dei due pargoli, soprattutto Philip, spinge Elio a portarli al St.Jude.
Un giorno, però, il padre della sorella e patrigno di Philip rivendica la paternità della bimba e se la porta via. L’unico motivo di vita per il povero Philip gli viene sottratto dal giorno alla notte, senza la possibilità di dire nulla. Così oltre all’immobilità anche un pezzo di cuore gli viene strappato via per sempre.
Chissà cosa ne sarà di Philip. Elio dice che nessuno ha voluto mai metterci mano per timore di compromettergli anche l’unica possibilità di trascinarsi per fare i propri bisogni. Quando lo alzano per appoggiarlo per terra i pantaloni scivolano via lasciando scoprire le cicatrici sul sedere. Purtroppo le piaghe di decubito sono un vero e proprio dramma per i ragazzi paralizzati.
Così come Atoo Doreen, che proprio oggi nella sua capanna ha sollevato il vestito e ha scoperto le sue ferite. “Dobbiamo portarla all’ospedale” dice Elio. “Queste piaghe non si cicatrizzeranno mai, sono troppo profonde”. Nell’attesa che la madre le prepara la borsa, Elio ci racconta la sua storia. A due settimane dal parto, Doreen è stata sparata ad un braccio e la pallottola è andata a conficcarsi nella colonna vertebrale. Da quel momento la povera Doreen è paralizzata su una sedia a rotelle, con due figlie da crescere. Il padre è fuggito dopo la tragedia come avviene solitamente in questi casi. Il padre di Doreen è morto cadendo da un ponte che dopo l’accaduto è stato ricostruito, come ci spiega Elio mentre lo attraversiamo nel ritorno. Ho impressa nella mente l’immagine di questa giovane ragazza distesa sul suo letto, il materasso è ormai consumato dai vermi che se lo mangiano piano piano (ecco il motivo per cui eravamo andati a trovarla, le avevamo portato un materasso nuovo). Ricordo le lacrime che le rigavano il viso quando la madre le dice che non potrà accompagnarla all’ospedale perché deve occuparsi dei bambini. Inoltre il cibo scarseggia, non piove da giorni i campi non producono nulla di buono da mettere sotto i denti. “È già tanto se mangiamo una volta al giorno!!”.
Poco più in là delle capanne spunta una nuova casetta che Elio ha fatto costruire per Doreen ma non è ancora abitata. Da poco lei e la famiglia sono tornati a casa, prima vivevano nei cosiddetti IDP (Internal Displaced Camp) che il governo sta cercando di abbattere un poco alla volta incentivando la gente a tornare nei propri villaggi per ricominciare a coltivare le loro terre.
Come ci spiega la madre di Doreen, non vanno a scuola perché la più vicina dista almeno sei chilometri. “Come faccio a mandarli a scuola ogni mattina considerando che nella stagione delle piogge le strade sono praticamente inagibili e non dispongo di nessun tipo di mezzo?”
Anche oggi Elio ha regalato un sorriso a qualche bambino e ha permesso a noi di capire come si svolgono le giornate, come si sopravvive, come la vita non è vita molto spesso in questa parte di Uganda dimenticata, superstite di una guerra che forse non è ancora terminata. Nonostante tutte le disgrazie successe si continua a sorridere…


Doreen

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